MANTOVA – «Le nostre azioni non nascono dal bisogno di consenso né dal desiderio di approvazione. Non ci interessa piacere, convincere o rassicurare. Nascono dalla necessità di denunciare ciò che viene ignorato, nascosto o reso normale». Questa la risposta del collettivo antispecista “No Food No Science” alle dichiarazioni del sindaco di Mantova a seguito dell’azione di protesta a Palazzo Te contro Levoni. «Ci collochiamo – spiegano gli animalisti – nella continuità delle lotte operaie, dei movimenti per i diritti e di tutte le forme di dissenso che hanno messo in discussione un ordine dichiarato legale ma costruito sull’ingiustizia. Agiamo per rendere visibile ciò che molti preferiscono non vedere: le connivenze che legano potere economico, diritti calpestati e danni ambientali. La denuncia è, per sua natura, scomoda: non cerca applausi, ma consapevolezza; non punta all’unanimità, ma alla verità. Negli ultimi mesi, la cronaca italiana ha portato alla luce fatti di enorme rilievo nella provincia di Mantova e in Lombardia, che vanno ben oltre episodi isolati e indicano criticità profonde nelle filiere alimentari e nei meccanismi di controllo. L’inchiesta del programma Report, andata in onda il 23 novembre scorso, ha documentato presunte pratiche illecite all’interno del macello Bervini a Pietole di Borgo Virgilio: carne congelata scaduta anche da anni, sarebbe stata scongelata, ripulita superficialmente e poi ricongelata e rietichettata per la vendita. Queste rivelazioni mostrano un modello di produzione alimentare in cui il profitto prevale sulla salute pubblica, sulla trasparenza e sulla tutela dei consumatori. La provincia di Mantova è uno dei nodi centrali della produzione di carne industriale in Lombardia, dove allevamenti intensivi e grandi macelli continuano a operare spesso in condizioni critiche per gli animali e per la salute. Scandali come quello di Mantova mostrano come la sicurezza alimentare possa essere sacrificata in nome del profitto. È inaccettabile che aziende zootecniche coinvolte in queste pratiche finanzino attività culturali o istituzioni pubbliche, nel tentativo di “pulirsi la coscienza”. Questi episodi dimostrano che non tutto ciò che è legale è legittimo. Per una volta, i “criminali” dovrebbero essere altri: non chi denuncia, ma chi costruisce profitto sulla devastazione dell’ambiente e della salute. Se le nostre azioni disturbano o dividono, è perché toccano nodi reali. Non ne misuriamo il valore in base al consenso che raccolgono, ma alla loro capacità di aprire spazi di consapevolezza. È un atto di responsabilità condivisa, non di ricerca di popolarità. Per questo agiamo: non per essere accettati, ma per non essere complici. In questo anno e mezzo di azione a Mantova tanti hanno provato a comprarci, inglobarci, fermarci. Noi guardiamo dritto all’obiettivo. Sappiamo che, in un modo o nell’altro, torneremo a Palazzo Te. Non è a noi che deve essere impedito di usufruire della cultura, ma a chi uccide ogni giorno per profitto che deve essere inibito l’accesso all’arte».









































