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Mariam Battistelli, la forza della semplicità

Da Vienna ai grandi teatri internazionali, fino all’imminente debutto in Napoli milionaria!: in questa intervista, il percorso di una delle voci più interessanti della sua generazione

 

Fra pochi giorni debutterà come Maria Rosaria in Napoli milionaria! di Nino Rota al Teatro Comunale di Bologna. Che cosa l’ha colpita di questo personaggio e quale sfida rappresenta per lei questo nuovo incontro con il teatro musicale del Novecento italiano?

 

Debuttare in Napoli milionaria! al Teatro Comunale di Bologna è per me qualcosa di molto speciale. Maria Rosaria è un personaggio pieno di luce e fragilità, che vive dentro un’umanità vera, concreta, senza filtri. Quello che mi colpisce è proprio la sua capacità di custodire speranza anche nel caos e nella sofferenza. Amo molto il teatro musicale del Novecento italiano perché richiede una verità diversa: non puoi nasconderti dietro la bellezza del suono, devi entrare nelle parole, nei silenzi, nelle contraddizioni dei personaggi. È una sfida molto intensa, ma anche profondamente emozionante.

 

Maria Rosaria vive dentro una storia profondamente umana, che parla di famiglia, speranza e ricostruzione. Quanto sente vicini questi temi e quanto possono parlare ancora al pubblico di oggi?

 

Credo che questi temi siano eterni. La famiglia, la paura di perdere tutto, la necessità di ricominciare… purtroppo appartengono ancora moltissimo al nostro presente. In Napoli milionaria! c’è una dimensione molto autentica della vita umana, che il pubblico percepisce immediatamente. È un’opera che parla di dignità, di resistenza interiore, e penso che oggi abbiamo ancora bisogno di storie così.

 

Arriva a questo debutto in un momento particolarmente felice della Sua carriera, con nuovi ruoli, importanti produzioni internazionali e riconoscimenti prestigiosi. Ha la sensazione di vivere una fase di svolta o preferisce considerarla una naturale tappa di un percorso costruito negli anni?

 

Lo vivo con gratitudine più che come una “svolta”. Sicuramente è un momento molto ricco e stimolante, ma credo che ogni cosa arrivi grazie a un lavoro costruito nel tempo, con pazienza e anche tanti sacrifici. Forse oggi sento maggiore consapevolezza rispetto ai miei mezzi e a quello che voglio artisticamente, ma continuo a sentirmi in cammino.

 

Negli ultimi tempi ha affrontato personaggi molto diversi fra loro: da Gilda a Norina, da Adele a Nannetta. Quando sceglie o accetta un ruolo, che cosa pesa di più? 

 

Per me conta sempre l’emozione che un personaggio riesce a trasmettermi. Devo sentire curiosità, desiderio di scoprirlo. Poi naturalmente considero anche il momento vocale, perché credo sia fondamentale rispettare la propria evoluzione senza forzare nulla. Ma la verità è che i ruoli che amo di più sono quelli che mi permettono di raccontare qualcosa di umano.

 

Musetta resta il ruolo che più l’ha fatta conoscere sui grandi palcoscenici internazionali. Dopo averla interpretata in teatri e contesti così diversi, che cosa ha imparato da lei? E sente che oggi quella Musetta sia diversa da quella dei suoi esordi?

 

Musetta mi ha insegnato tantissimo. All’inizio forse la vedevo soprattutto nella sua brillantezza, nella sua libertà, nella sua sensualità. Oggi invece sento molto di più la sua malinconia e la sua vulnerabilità. È un personaggio molto più complesso di quanto sembri. Credo che crescendo cambi inevitabilmente anche il modo di interpretare certi ruoli, perché cambia la tua esperienza della vita.

 

La Sua formazione è passata attraverso il Conservatorio della Sua Mantova, il Centre de Perfeccionament di Valencia e l’esperienza fondamentale alla Wiener Staatsoper. Guardandosi indietro, qual è stata la lezione più preziosa che ha ricevuto in quegli anni?

 

Ho avuto la fortuna di incontrare persone straordinarie in ogni fase della mia formazione. A Mantova ho costruito le basi, a Valencia ho imparato tantissimo sul palcoscenico, mentre Vienna mi ha insegnato la disciplina e il livello di dedizione richiesto da questo mestiere. Forse la lezione più importante è stata capire che il talento da solo non basta mai: servono umiltà, ascolto e costanza quotidiana.

 

Ha lavorato con direttori e artisti di riferimento del panorama internazionale. Esiste un incontro che ha cambiato, in particolare, il suo modo di pensare il canto e il teatro?

 

Ce ne sono stati diversi, ed è difficile sceglierne uno solo. Sicuramente lavorare accanto a grandi direttori e artisti mi ha insegnato quanto il teatro musicale sia un’arte collettiva. Però alcune persone ti cambiano proprio nel modo di respirare la musica, di vivere la scena. Sono incontri che restano dentro anche anni dopo.

 

Continua a perfezionarsi con una figura straordinaria come Mariella Devia. Che cosa significa, oggi, avere accanto un punto di riferimento di questa levatura? E qual è il consiglio più importante che Le ha lasciato?

 

Studiare con Mariella Devia è un privilegio enorme. Oltre alla tecnica straordinaria, quello che colpisce è il rigore e il rispetto assoluto per la voce e per la musica. Mi ha insegnato tantissimo sull’equilibrio ed il rilassamento e sull’importanza di non forzare mai il suono, ma di trovare una libertà naturale nell’emissione.

 

Molti giovani cantanti vedono una carriera internazionale come il traguardo definitivo. Quali sacrifici e quali rinunce comporta davvero una vita frenetica, sempre in viaggio?

 

È una vita meravigliosa, ma anche molto impegnativa. Si vive sempre tra aeroporti, valigie, lingue diverse, fusi orari… e spesso lontani dalle persone che ami. Ci sono momenti di grande solitudine. A volte rinunci a una quotidianità semplice che per altri è normale. Però quando sali sul palco e senti quella connessione con il pubblico, capisci anche perché continui a farlo.

 

Nel Suo percorso convivono l’opera, il repertorio sinfonico e, in anni recenti, anche esperienze artistiche che dialogano con un pubblico molto più ampio. È importante, per un cantante lirico del XXI secolo, uscire dai confini tradizionali del proprio ambiente?

 

Sì, credo sia importante. L’opera non deve chiudersi in una dimensione distante o elitaria. Naturalmente bisogna mantenere qualità e autenticità, ma penso sia bellissimo trovare nuovi modi per dialogare con il pubblico contemporaneo. La musica classica può emozionare chiunque, se riesce a parlare con sincerità.

 

In questa prospettiva si inseriscono anche le Sue collaborazioni concertistiche con Andrea Bocelli. Che cosa le hanno insegnato queste esperienze sul rapporto con il pubblico e sulla capacità della musica di raggiungere persone molto diverse tra loro?

 

Le esperienze con Andrea Bocelli mi hanno insegnato tantissimo proprio su questo. Ho visto persone emozionarsi profondamente magari ascoltando l’opera per la prima volta. È stato molto bello capire quanto la musica possa davvero superare ogni barriera culturale o generazionale. Andrea ha una capacità rara di creare immediatamente un contatto umano con il pubblico.

 

Lei appartiene a una generazione di artisti che non vive più separata dal mondo dell’immagine. La moda, l’eleganza, la cura della presenza pubblica sembrano interessarla con naturalezza. È un linguaggio che considera parte integrante del mestiere oppure un’espressione personale che semplicemente giustappone alla musica?

 

Credo che oggi l’immagine faccia inevitabilmente parte della comunicazione artistica, ma per me resta sempre qualcosa che deve nascere in modo naturale. Mi piace la moda, mi piace l’estetica, perché sono forme espressive come la musica. Però non devono mai diventare più importanti della sostanza artistica.

 

Nel 2024 è stata Euridice nel film The Opera! – Arie per un’eclissi di Davide Livermore, un progetto che ha unito cinema, opera e immaginario contemporaneo. Che cosa Le ha dato il set come valore aggiunto, o complementare, a quello del palcoscenico di un teatro?

 

Il set mi ha dato una percezione completamente diversa del tempo e del dettaglio. In teatro tutto accade nell’istante, mentre nel cinema puoi lavorare sulle sfumature più intime, quasi microscopiche. È stata un’esperienza molto affascinante e molto arricchente, perché mi ha fatto scoprire nuovi strumenti espressivi.

 

La sua storia personale è nota, ma più che alle origini vorrei guardare al presente. C’è un valore, ricevuto dalla sua famiglia, che sente di portare con sé ogni volta che entra in scena?

 

Sicuramente il valore della gratitudine. Ho ricevuto tantissimo dalla mia famiglia e credo che questo senso di riconoscenza mi accompagni sempre, anche nei momenti più difficili. Ogni volta che entro in scena porto con me tutto il percorso umano, non soltanto quello artistico.

 

Se potesse incontrare la Mariam che sognava il futuro studiando al Conservatorio di Mantova, che cosa le direbbe oggi? E quale sogno artistico, invece, continua ancora a custodire per il domani?

 

Le direi di avere fiducia e di non avere paura dei momenti difficili, perché fanno parte del percorso. Quando si studia si immagina il futuro in un modo molto idealizzato, ma poi la realtà ti insegna anche la resilienza. Quanto ai sogni, ne custodisco ancora molti. Ci sono ruoli che sento avvicinarsi naturalmente e progetti che vorrei esplorare anche fuori dai confini più tradizionali dell’opera.

 

Tra Vienna, Bologna, la Francia, i concerti e i nuovi debutti, il calendario dei prossimi anni è già ricco di appuntamenti. C’è un ruolo che sente avvicinarsi e che il pubblico non si aspetta ancora da Lei?

 

Mi piace molto l’idea di crescere insieme alla voce e alla persona che sto diventando. Sì, ci sono molti ruoli che sento più vicini oggi rispetto a qualche anno fa, e un personaggio che mi affascina molto, che sento particolarmente nelle mie corde, è Liù. Ovviamente ce ne sono tanti altri, ma preferisco lasciare ancora un po’ di sorpresa.

 

Dopo tanti successi, premi e riconoscimenti, che cosa considera davvero una serata riuscita? L’applauso, la crescita personale, l’emozione condivisa con il pubblico o qualcosa di più difficile da definire?

 

Una serata davvero riuscita è quando senti che succede qualcosa di autentico tra il palco e il pubblico. L’applauso è bellissimo, naturalmente, ma non è l’unica cosa. Ci sono sere in cui percepisci un silenzio particolare, un’emozione condivisa quasi fisicamente… ecco, quei momenti sono difficili da spiegare, ma sono quelli che restano davvero dentro.

Elide Bergamaschi