MANTOVA Una curiosa indagine menzionata dal linguista e glottologo Gian Luigi Beccaria rendeva noto pochi anni fa che le cinque parole italiane più usate nel mondo sono, nell’ordine, mafia (ahinoi!), pizza, spaghetti, il saluto ciao e Vespa, l’iconico ciclomotore diventato negli anni l’antonomasia degli scooter. Ebbene, è grazie anche a Mantova se oggi, a 80 anni dal deposito del brevetto, la Vespa continua a vivere e a fare storia, senz’altro più e ben meglio della mafia, della pizza e degli spaghetti, ma anche del “ciao”, che oltre a essere un saluto è anche il nome dell’indimenticabile ciclomotore prodotto per decennî dal Gruppo Piaggio, primo colosso europeo delle due ruote.
Non è sterile campanilismo, ma orgoglio vivo riconoscere che questo traguardo storico si deve all’estro imprenditoriale di Roberto Colaninno, che nel 2003 acquistò il Gruppo Piaggio, all’epoca non proprio navigante in acque tranquille. Grazie a lui, e oggi dopo di lui, sotto la presidenza del figlio Matteo e con l’amministrazione di suo fratello Michele, il marchio Vespa festeggia, oltre al ragguardevole compleanno, anche lo strabiliante numero di 20 milioni di scooter venduti nei cinque continenti, con all’attivo oltre 160 modelli diversi. Un record ineguagliato e forse ineguagliabile.
E già che entriamo nell’àmbito dei guiness, aggiungiamoci pure un altro primato di non poco conto: tre anni fa l’agenzia Interbrand ha stimato che il solo marchio Vespa abbia un valore quotato oltre il miliardo di euro (1.079 milioni per la precisione). Difficile quindi calcolare le royalty dovute per tutti i prodotti (giubbini, o portachiavi o altro) che escano con quel brand, che oramai fa mercato a sé.
A nessuna moto è mai toccato di vivere tanto a lungo e con tanta richiesta. Un autentico fenomeno imprenditoriale tanto più sorprendente quanto più se ne consideri la genesi pressoché casuale. Piaggio era nata come fabbrica di idrovolanti e aeroplani, e già negli anni della prima guerra mondiale produceva anche eliche, motori e aerei completi, incluso l’avanzatissimo Piaggio P108 nelle versioni passeggeri e bombardiere; produzione proseguita anche in séguito sino al secondo conflitto. Ma fu proprio già all’indomani della conclusione della guerra, nel proto-boom, che Enrico Piaggio si risolse di convertire l’azienda. Aveva pensato a un prodotto a basso costo e di largo consumo pronto a soddisfare le esigenze di un’Italia piegata, vogliosa di risollevarsi.
Pensò a un motoscooter il cui progetto venne affidato all’ingegnere aeronautico Corradino D’Ascanio, che applicò al nuovo prodotto tutte le tecnologie aeronautiche, a partire da un mezzo a scocca portante, con cambio a manubrio, ruota anteriore sorretta da un braccio di tipo aeronautico e trasmissione a presa diretta senza catena, con cambio marce sul manubrio. Il brevetto fu depositato il 23 aprile 1946 e il progetto entrò sùbito in produzione nello stabilimento di Pontedera, a tutt’oggi quartier generale della Piaggio.
Il nome fu coniato dallo stesso Enrico Piaggio: davanti al prototipo, dalla sezione centrale molto ampia per accogliere il guidatore, e dalla “vita stretta”, esclamò: «Sembra una vespa». E Vespa fu.
La fortuna dello scooter è comunque affidato a una molteplicità di fattori. Uno dei più rievocati è la presenza della Vespa in alcuni film rimasti come pietre miliari della storia cinematografica, a partire dalle “Vacanze romane” di William Wyler (1953) che, accanto a Gregory Peck lanciava l’esordiente Audrey Hepburn. Indimenticabile la loro scorrazzata sbarazzina per le vie di Roma in sella all’arrembante motoscooter. Ma nel cinema mondiale per un altro mezzo secolo la Vespa trovò visibilità anche in “Quadrophenia”, in “American Graffiti”, ne “Il talento di Mr. Ripley”, sino alla “Carica dei 102”, in “Transformer, The last Knight” del 2016 e persino nella saga dei cartoon dei “Simpson”.
Come dimenticare poi le campagne promozionali rimaste paradigmatiche nella storia del marketing? “Chi Vespa… mangia le mele!” degli anni ’70. Nessuno ha mai capìto che cosa significasse quel messaggio promozionale, il cui mistero comunque ha riempito la fantasia di generazioni di giovani e meno giovani: qualcuno, come la Vespa, oggi ottantenne, ma come la Vespa… non li dimostra.



























