“L’Italia? È come il Bebop” Davide Van De Sfroos si svela

Sabato in concerto al Sociale

MANTOVA All’anagrafe è registrato come Davide Bernasconi, un nome che denota le origini brianzole. Ma per uno cresciuto a pane e rock, serviva un nome decisamente più accattivante. E quella che fu la sua prima band giovanile, i De Sfross, gli ha offerto un assist per lo pseudonimo che lo ha reso noto in tutti gli angoli della Nazione. Perché, ormai, Davide Van De Sfroos è diventato un marchio della musica italiana. Un marchio fatto di sentimenti, di voce roca e morbida, di suoni e storie che sarà possibile ascoltare dal vivo domani sera al Sociale.

Davide, partiamo dal tuo prossimo show. Che serata sarà quella di Mantova?

«Mettiamola così: se uno vuole sentire il fragore, il battito di un concerto elettrico, è meglio se ci diamo appuntamento per l’estate. Invece, se si preferisce ascoltare un qualcosa di soft, con note lounge, l’occasione del teatro Sociale sarà quella giusta. Gli spettatori troveranno un’atmosfera più scura, più swing, fatta di sax, di percussioni, di chitarre, di hang. Ci saranno sicuramente momenti improvvisati, di racconto, di risate e di riflessioni».

Uno show acustico come quello che offrirai alla platea virgiliana, cosa aggiunge rispetto a un concerto elettrico?

«Sta tutto nell’occasione di raccontarsi attraverso parole e suoni, offrendo ai presenti la possibilità di rilassarsi per qualche ora, viaggiando cullati in un mondo magico».

Traducendo dal lombardo, il tuo nome d’arte significa “Vanno di frodo”. Perché?

«Vengo da una zona che non è poi così diversa dalla vostra. Anzi, Mantova e dintorni li conosco davvero bene, anche perché è una zona che mi ha sempre affascinato, sia quando facevo il militare a Villafranca che quando ho visto il film “I cento chiodi” di Ermanno Olmi. Ma ventiamo a “Vanno di frodo”. Non vuole essere un inno all’illegalità, ci mancherebbe, ma vuole strizzare l’occhio a ciò che va contro la comune opinione. Una sorta di movimento controcorrente. Ti dirò, la gente è molto ben disposta rispetto a ciò che è muoversi controcorrente».

Anche la tua musica può essere definita controcorrente?

«Ho sempre ascoltato di tutto, dal metal alla classica. Ascolto pure i trapper di adesso, e devo dire che c’è pure chi ha delle notevoli qualità. Io non credo che la mia musica sia controcorrente, piuttosto è densa di sfumature, se pensi che al mio fianco ho avuto sia bluesmen americani che un’orchestra sinfonica. Non mi piace fare ciò che va di moda, preferisco fare ciò che mi detta la passione».

Ho letto che ti dichiari “politicamente ateo”. Senza voler parlare di partiti, l’Italia di oggi che genere di musica è?

«La nostra Italia, fatta di gioie e dolori, di politiche e politicanti, è un bebop. Se vogliamo essere pignoli, ha pure qualcosa del jazz più puro, in quanto irrequieta ed improvvisa. Ma credo che il bebop sia il genere giusto: tutti hanno fretta di fare qualcosa, senza saper cosa fare. Siamo un Paese fatto dei rimpianti di ciò che è stato, ci perdiamo, sappiamo ritrovarci davanti ad una partita. Un Paese esposto per tre quarti sul mare e quindi alle contaminazioni dei popoli del passato, un elemento di fortuna per la cultura di oggi».

Parlando di calcio mi hai fatto un assist ghiottissimo. So che sei tifoso del Como e del Torino, non proprio due squadre a caso qui a Mantova. Lasciando da parte il passato, come finisce la lotta al vertice in D?

« Non so come andrà a finire e ammetto che mi hai preso un po’ alla sprovvista, anche perché a casa mia siamo più proiettati sul rugby. Come finisce? Chi se lo merita andrà in serie C ma, concedimi, sono contento di vedere il mio Como che lotta per la vetta piuttosto che vederlo a un passo dalla retrocessione (ride, ndr)».
Federico Bonati

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