Home Senza categoria Bostridge, Lonquich, Prandi e i protagonisti della rassegna Trame Sonore

Bostridge, Lonquich, Prandi e i protagonisti della rassegna Trame Sonore

MANTOVA – Mentre Trame Sonore corre verso l’ultimo giorno dei suoi intensissimi quattro, prima di accingerci a raccontare, per frammenti, qualcosa di ieri, è troppo forte l’urgenza di fermare, almeno in una manciata di parole, l’ipnotico recital offerto, sabato pomeriggio, in un Bibiena sold out, da Ian Bostridge e da Alexander Lonquich. La voce come cordiera, lo strumento parlante, sul fiato, l’uno con l’altro così sottilmente compenetrati, così micidiali nel cesellare quell’abbacinante caleidoscopio dell’umano sentire che, al termine di quasi un’ora col fiato trattenuto, era unanime la sensazione di aver ascoltato uno dei concerti della vita. Prima, lo Schumann di Liederkreis op.39, il ciclo dei cicli di quell’irripetibile stagione creativa, in cui ogni nota, ogni silenzio, è ricettacolo di verità e rivelazioni, baratri e bagliori di speranza. La parola di Heine catturata da un pianoforte che si fa medianico. Poi, il Britten dei Sette Sonetti di Michelangelo op.22, con i versi del genio rinascimentale intinti nel pennino avventuroso del compositore inglese. Sono momenti di pura grazia come questi a dire l’anima di un Festival in cui – mezza prova e via, sul palco – càpita anche che capolavori arcinoti si facciano guardare ancora come territori vergini, ancora custodi del loro intimo segreto. Nessuna tinta, di questo folgorante racconto per miniature, mancava. Ogni intimo sussulto, ogni accento del tracciato del canto, che la voce insinuante di Bostridge lavorava in sottile filigrana, trovava nel pianoforte di Lonquich – un pianoforte inquieto, sibillino, sentenzioso – l’ideale contrappunto: una pellicola di assoluta sensibilità, capace di intercettarne le più inconfessabili, perturbanti istanze. L’istante catturato e miracolosamente salvato, in un racconto di scottante bellezza. Ieri, sullo stesso palco del Bibiena, là dove, non molti anni fa, aveva mosso i suoi primi passi prima di prendere il volo verso una carriera ormai a tutti gli effetti internazionale, arrivava Miriam Prandi, a chiudere l’ideale cerchio tracciato, la prima serata di Festival, insieme agli strepitosi Maksim Klochnev e Alena Lisnaya del MusicAeterna Dance. Sull’itinerario di una rosa pagine tratte dalle sei Suites per violoncello solo, il sommo Bach era il filo rosso di Lumen et Umbra, racconto di corpi e di nervi tesi, di esistenze a contrappunto, desinate ad attrarsi e a respingersi, irrimediabilmente catturate dal magnete della vita e, per la vita, occupate a ferirsi e a cercarsi, ad urtarsi e ad amarsi. La danza del pensiero che Bach, nel sublime gioco di numeri e di celesti corrispondenze, ordisce sulla cordiera del violoncello, diventava plastica espressione della musica che ci abita, che ci pervade. Che ci muove. Passi e ritmi differenti, come differenti sono le stagioni e i giorni, un unico destino, racchiuso nel perimetro di uno spazio d’azione in cui i tre, in un’intesa assoluta, procedevano all’unisono. Fino all’apparente spegnersi dei corpi come relitti di un naufragio, come foglie morte staccate dall’albero dell’inverno bachiano nello struggente Do minore. La morte? No. La premessa della rinascita, con il Preludio della Prima Suite, primaverile, mormorante, vittoriosa. Un paio d’ore dopo, smessi gli abiti bachiani, Miriam Prandi approdava in un’affollata Sala degli Specchi, dove si regalava una Prima Sonata op.38 di Brahms in cui trovava, al pianoforte, la torreggiante personalità di Georgy Tchaidze, una delle rivelazioni di questa edizione numero 13. In mattinata, lo avevamo applaudito insieme al violino di Aldo Campagnari, nella cornice della sala dei Cavalli di Palazzo Te. Sul leggio, il Busoni della sulfurea Seconda Sonata op.36°. Una lettura di esaltante nitore, alla presenza di un pubblico numeroso e di sciami di turisti di passaggio tra una sala e l’altra: Chiacchiere, un selfie e via. Benissimo l’apertura degli spazi al grande pubblico, benissimo l’avvento dell’ascolto informale. Ma la bellezza esige (e merita) il silenzio di un ascolto rispettoso.