MANTOVA Il suo “compare” era stato giudicato e condannato a una pena esemplare già nel 2021. E per la medesima vicenda processuale, ma con contestazioni più circoscritte rispetto all’imputato principale, era stata quindi chiamata in seguito pure lei a difendersi dalle ipotesi di prostituzione minorile ed estorsione. Sotto accusa, per fatti risalenti a più di dieci anni fa, era così finita anche una 39enne italiana dell’Alto Mantovano.
Segnatamente, stando alle indagini condotte al tempo dalla Polizia di Stato, il nome della donna era emerso a fronte di un ricovero in ospedale di una delle due persone offese, all’epoca entrambe minorenni e ospitate in una comunità protetta di Sabbioneta. Tutto infatti era scaturito dalla proposta fatta alle giovani da parte di un 53enne di Acquanegra, al tempo autista di autobus il quale, avvicinate nell’estate del 2015 le ragazzine – una rumena di 16 anni già vittima di abusi e una marocchina di 17 anni – le aveva pertanto convinte a prostituirsi.
La più grande delle due, sempre secondo la ricostruzione inquirente e rievocata da lei stessa in aula in avvio d’istruttoria, aveva effettivamente incontrato almeno due uomini per rapporti sessuali da questi pagati più di 800 euro ciascuno. Di questi soldi però, ben poco era finito nelle tasche delle baby squillo. Sempre la 17enne era stata inoltre costretta ad avere rapporti completi anche con lo stesso 53enne in cambio del suo silenzio visto che, spacciatosi per un poliziotto, aveva minacciato di farla cacciare dalla struttura in cui aveva trovato rifugio. Le prestazioni dell’altra ragazzina, invece, erano state saldate con qualche pacchetto di sigarette e ricariche telefoniche.
Molto di più era invece stato da lui chiesto a uno dei clienti per non far sapere in giro dei suoi incontri a luci rosse con una minorenne. L’uomo, che innanzi al collegio giudicante aveva raccontato come la ragazza con cui era stato avesse documenti falsificati dai quali risultava avere 18 anni, si era così visto ricevere una prima lettera anonima in cui gli venivano chiesti 100mila euro; somma ribadita nella seconda missiva in cui c’era anche un Cd-rom con il video dei suoi incontri con la baby-prostituta. Il 53enne poi presentatosi alla vittima del ricatto sempre in veste di agente di Polizia, aveva dunque asserito di poter “aggiustare la cosa” con soli 10mila euro. Proposta però non accettata e dunque rispedita al mittente. E proprio in tali contesti estorsivi era emerso il coinvolgimento della seconda imputata che, assurgendo da “guida” alle due infra 18enni, le accompagnava agli incontri nonché prestandosi in talune occasioni per filmare con tanto di telecamerina i rapporti sessuali con i clienti.
Una vicenda approdata infine ieri al proprio epilogo processuale, quantomeno in primo grado, stante sentenza di condanna per la 39enne a quattro anni e sei mesi di reclusione, anziché i tre anni e quattro mesi avanzati in requisitoria dal pubblico ministero.



































