MANTOVA «Il mio unico errore? l’aver favorito l’impresa edile di mio padre proponendola ai committenti a fronte di un concreto rischio di scadenza dei termini fissati dalla struttura commissariale della Lombardia per l’esecuzione dei lavori e con la conseguente paventata perdita del contributo regionale. Per il resto non decidevo nulla, volevo solo mettermi in mostra nei confronti di mio padre».
Questo, in sostanza, quanto sommariamente riferito ieri in aula da Giuseppe Todaro, escusso nell’occasione quale teste difensivo nell’ambito del processo con rito ordinario scaturito dall’inchiesta “Sisma”, afferente la ricostruzione post terremoto del 2012 nel Mantovano e all’ormai non più presunto sistema corruttivo messo in piedi dallo stesso 39enne architetto di concerto con il padre Raffaele, per facilitare la concessione di fondi pubblici destinati al ripristino degli immobili danneggiati, e in tal senso già suggellato da recenti sentenze definitive a carico di entrambi.
Segnatamente, chiamati ora a difendersi innanzi al collegio dei giudici di via Poma – stante a suo tempo l’esclusione dell’aggravante dell’agevolazione mafiosa – sono Monica Bianchini e Carlo Formigoni, accusati di corruzione in concorso con Todaro junior, quest’ultimo fino al 2021 tecnico esterno incaricato di istruire le pratiche per la ricostruzione di edifici privati in alcuni comuni del cratere sismico virgiliano, Antonio Guerriero, per intestazioni fittizie di società, il 39enne reggiano Rocco Gualtieri, reggiano di 40 anni, un suo omonimo crotonese 44enne, e infine il 40enne Francesco Stigliano, questi ultimi tutti e tre alla sbarra per false fatturazioni. E in particolare, prendendo precipuamente in esame proprio quella assurta come la genesi inquirente della vicenda e aderente nella fattispecie la pratica edilizia risalente al 2014 per la ricostruzione di una porzione di immobile sito a Revere di proprietà dell’imputato Formigoni, Todaro ha specificato: «Avevo assunto quell’incarico in seguito all’apertura dell’istruttoria e visto che il committente si era mostrato molto indeciso circa l’iter da adottare, per non perdere tempo avevo così proposto, stupidamente, quale ditta esecutrice dei lavori quella di mio padre, non rivelando però per opportunità chi ne fosse il titolare. E ancora: «L’importo dei contributi era deciso e tracciato dalla struttura commissariale a seguito di apposito sopralluogo in situ e relazione del tecnico comunale da cui poi derivava l’ordinanza del sindaco, io non potevo intervenire in alcun modo sulla cifra stanziata, né tanto meno modificarla al rialzo. Quello che emerge dalle intercettazioni telefoniche sono solo mere millanterie. Frasi come “Faccio io, decido io” erano solo un modo sbruffone per mettermi in mostra agli occhi di mio papà, niente di più».
E sempre in tale circostanza, si sarebbe inoltre registrata, stando al quadro accusatorio, una prima azione di “pressing” da parte del 39enne, sulla collega Bianchini al fine di indirizzare il committente privato, previa promessa di robusta rivalutazione del contributo regionale da stanziarsi per i lavori di ripristino, passato poi in effetti dagli iniziali 64mila euro a 146mila, ma rinunciando però alla ditta edile originariamente indicata per gli interventi in favore della Bondeno srls, quest’ultima come detto riconducibile di fatto a Todaro senior dietro il paravento di prestanome societari e “teste di legno”, e indicata dagli stessi nelle varie intercettazioni, come “l’azienda”. «Non ho saputo di chi era la società se non al momento in cui sono stata arrestata. Lì ho scoperto che era di Raffaele Todaro che io conoscevo solo come “geometra Antonio”, ha dichiarato in apertura di seduta l’imputata Bianchini.









































